SOLUZIONI SEMPLICI per un MONDO COMPLESSO

IL NOSTRO INTERESSE SONO I VOSTRI INTERESSI

LA MODA DEL MOMENTO

L’Italia è quel paese meraviglioso in cui il vostro postino, lungi dal consegnarvi le raccomandate in tempo, vuole vendervi un mutuo o un’assicurazione;

in cui l’assicuratore vuole gestirvi il risparmio ed il bancario vuole organizzarvi la fiscalità ed occuparsi del passaggio generazionale della vostra azienda;

in cui l’avvocato si preoccupa della ristrutturazione del vostro debito e il fiscalista non vuole più andare a difendere i vostri diritti in commissione tributaria perchè non ne vale la pena.

L’Italia è quel paese meraviglioso in cui un rappresentante porta a porta di aspirapolveri può reinventarsi promotore finanziario, in cui i promotori vogliono fare i consulenti ed in cui i consulenti si esercitano a dare consigli in campi sui quali non sono preparati perchè privi di qualsiasi titolo.

L’Italia è quel paese meraviglioso in cui nel sito internet di un qualsiasi avvocato o commercialista vi viene specificato che sa e può fare tutto in qualsiasi campo.

L’ITALIA E’ QUEL PAESE IN CUI TUTTI VOGLIONO VENDERVI QUALCOSA MA SI VERGOGNANO A DIRLO.

L’ITALIA E’ QUEL PAESE DEL BENGODI IN CUI I PROFESSIONISTI HANNO SPREMUTO I CLIENTI IGNORANTI (nel senso che proprio ignoravano e quindi si rivolgevano ai sapienti, nel senso che si presumeva sapessero) FINO ALL’ESTREMO LIMITE. PARE CHE ORA, SOLO PER MERITO DELLA CRISI E DELLA MINORE DISPONIBILITA’ A SPRECARE DENARO E RISORSE, LE COSE STIANO CAMBIANDO, I CLIENTI ABBIANO UNA MIGLIORE PREPARAZIONE ED I PROFESSIONISTI EVITINO DI SPINGERSI IN CAMPI SCONOSCIUTI, COL RISCHIO DI DANNI “CALCOLABILI”, PUR DI FATTURARE UN CLIENTE IN PIU’.

Una cosa però non è cambiata. Cosa vogliono tutti da voi? I VOSTRI SOLDI!!!!!!!!!!!!!!!!

ANCHE LO STATO ITALIANO LI VUOLE. TUTTI LI VOGLIONO.

A tal proposito la moda del momento, cui tutte le banche e gli studi professionali si stanno adeguando, è parlare del PASSAGGIO GENERAZIONALE DELLA VOSTRA AZIENDA. Lo scopo evidente è di pianificare la successione in modo fiscalmente vantaggioso, lo scopo occulto è…. I SOLDI DEI VOSTRI FIGLI QUANDO NON CI SARETE PIU’!!!!!

AL DI LA’ DELLE BATTUTE, L’ITALIA E’ UN PAESE IN CUI LA SUCCESSIONE PER CAUSA DI MORTE SE AFFRONTATA, PIANIFICATA E STUDIATA IN MODO ADEGUATO E’ TUTTORA VANTAGGIOSA FISCALMENTE RISPETTO AI GRANDI PAESI INDUSTRIALIZZATI.

QUINDI MI RACCOMANDO NON FATEVI DARE CONSIGLI DA CHI VENDEVA SPAZZOLE, A MENO CHE NON VOGLIATE PETTINARE LE BAMBOLE.

Mio nonno diceva: ” Chi sa, fa; chi non sa, insegna”.

Italia paese di santi, poeti, navigatori e INSEGNANTI.

 

OMS-NETWORK PROFESSIONISTI SERI E PREPARATI …noi vendiamo cio’ che sappiamo e soprattutto cio’ che sappiamo fare. il cliente e’ il nostro capitale, la sua soddisfazione e’ la nostra assicurazione.

 

 

 

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IL PREZZO DELLA NORMALITA’

Prendiamoci un attimo per valutare quanto dovrebbe rendere il nostro denaro in condizioni NORMALI e poi l’istante successivo per realizzare che le condizioni tanto normali non sono. Diciamo che sono in via di normalizzazione.

AS THEY SAID…AND WE BELIEVE THEM!

 

Il tasso di inflazione normale cui per mandato devono fare fronte le banche centrali, è stabilito usualmente nel 2% annuo.

Adesso è all’1% …c’è un sacco di disoccupazione …in via di normalizzazione.

 

Il price per risk dei titoli obbligazionari definiti sicuri (per noi il Bund Tedesco ma per il mondo il Treasury Bond USA) è del 2% oltre l’inflazione. Esempio: ti lascio per 10 anni i miei soldi se me li remuneri del 4% annuo.

 

Per l’investimento azionario vale un ulteriore +3%, per un totale minimo annuo del 7%.

 

Attualmente i tassi dei bond che erano ai minimi (poco più dell’1%) stanno risalendo:

Bund 10 anni Germania: 1,9% – 2%

Treasury bond USA: 2,8%

Bot italia 10 anni: 4,5%

 

Detto tutto ciò non resta che chiarire come gli scossoni sul mercato dei Bond, dettati dalla ventilata riduzione del Quantitative Easing non ancora iniziato, ha bruscamente spostato gli investimenti a lunga dai paesi emergenti che rendevano di più, nuovamente verso i paesi più solidi…meno liquidità e più solidità.

Per ora rendimenti bassini.

 

Siamo alla finestra e aspettiamo che passi il lattaio.

 

allego interessante articolo:

Big Bang Bond – Titoli a breve con rendimenti troppo bassi e rischio crescente di rialzo dei tassi di mercato per i Paesi core. I bond sono a un punto di svolta. Ma un modo per proteggersi esiste.

di Marco Barlassina

Un nemico silenzioso serpeggia sui mercati. E non riguarda il tanto dibattuto scoppio di una possibile bolla sull’azionario. Nei prossimi 12 mesi occorrerà piuttosto fare i conti con il grosso rischio di un ritorno alla normalità e di possibili perdite sui bond. A dirlo sono diversi gestori internazionali. Il timing esatto non è certo ma i mercati anticipano, e c’è chi parla espressamente di una battaglia nei prossimi 12 mesi, prima che i tassi d’interesse riprendano a salire effettivamente.

Al centro di questa preoccupazione vi sono chiaramente gli Stati Uniti, dove gli ultimi messaggi emersi dai verbali della Federal Reserve diffusi il 23 maggio hanno lasciato intuire la necessità di prepararsi alle conseguenze di una rimozione, o quantomeno di una riduzione, del quantitative easing, il processo di acquisto di bond per 85 miliardi di dollari al mese deciso lo scorso anno dalla Banca centrale americana. Alcuni membri della Fed hanno chiarito che gli acquisti sui mercati potrebbero rallentare già a partire dal mese di giugno.

Anche il gestore considerato il re dei bond, il fondatore di Pimco, Bill Gross, ha dichiarato attraverso il suo account Twitter che la trentennale corsa rialzista dei bond governativi si è esaurita, indicando anche il punto esatto di questo stop: lo scorso 29 aprile.

In effetti il rendimento sui Treasury decennali (i titoli di Stato Usa a 10 anni) ha registrato proprio dal 29 aprile scorso un incremento del 20%, salendo dall’1,67% al 2,01 per cento. Va ricordato che per i titoli di debito a tasso fisso il valore di mercato è inversamente proporzionale al livello dei tassi d’interesse di mercato; quindi quando quest’ultimo sale, il titolo in portafoglio vale di meno.

Nel far scattare questo processo è stato determinante il miglioramento dei dati economici negli Stati Uniti (soprattutto sul fronte occupazionale), che qualora dovesse mostrarsi sostenibile provocherebbero l’allentamento graduale degli acquisti di titoli.

Parrebbe una condizione estremamente diversa da quella europea, dove la Bce ha solo recentemente tagliato i tassi al loro minimo storico. E allora dov’è il rischio per un investitore europeo e nello specifico italiano?

Non mancano i gestori convinti che sia necessario anticipare oggi la svolta che avverrà in futuro anche nell’area euro soprattutto in considerazione del fatto che i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi core europei sono scesi a valori incomprimibili, con quotazioni di conseguenza alle stelle. Nel portafoglio di un piccolo investitore gli interventi da intraprendere dipendono naturalmente dalla duration o durata media finanziaria (l’indicatore usato per misurare l’impatto del rischio tassi) dei titoli: un titolo comprato sotto 100 con una scadenza a tre o quattro anni subirà solo un impatto teorico, ma non perdite in capitale al momento del rimborso finale. Un bond acquistato sopra 100 subirà effetti da entrambi i punti di vista. Un titolo trentennale infine risentirà molto di più di queste dinamiche.

LA RESA… DEI CONTI

Immagine

Dopo due mesi di ritiro spirituale è il momento di tirare le fila degli avvenimenti degli ultimi mesi.

 

L’attesa del TAPERING preannunciato con ampio anticipo dalla Fed, che aveva lo scopo di consentire agli investitori un’uscita calma e regolata da alcuni mercati e che invece ha scatenato a giugno una marea di vendite ed un oceano di dubbi, ci aveva costretto ad un riallineamento dei portafogli ed una volta ancora a decidere che strada prendere.

 

Rialzo dei tassi e tapering ventilato hanno depresso rapidamente e duramente i fondi obbligazionari che esattamente un anno fa ci hanno consentito guadagni medi del 10% annuo.

I clienti, abituati bene dall’alto rendimento degli investimenti in bond hanno visto eroso il guadagno maturato e si sono scontrati con l’amara realtà.

 

NON ESISTE UN PORTAFOGLIO PERFETTO CHE TENGA IN QUALSIASI SITUAZIONE. NON ESISTE LA SFERA DI CRISTALLO. ESISTE L’ANALISI DEI NOSTRI BISOGNI, DELLE NOSTRE ESIGENZE E DELLE NOSTRE PAURE, PERCHE’ ALLA LUNGA COMUNQUE IL MERCATO VINCE… ANCHE SE ALLA LUNGA SAREMO TUTTI TRAPASSATI.

 

Di fronte alla cautela oramai endemica e pervasiva dell’animo del cliente medio le mie risposte alla necessità di abbandonare i mercati emergenti (-5% in 3 mesi, -9% da inizio anno), i bond legati all’inlazione che tanto ci hanno resi felici nel recente passato (-5% in 3 mesi, -7% da inizio anno), ed i bond governativi europei a lunga, è stata di rifugiare i clienti nei porti seguenti:

 

CORPORATE a 3mesi tra -0,70 e +4%

 

HIGH YIELD attorno alla parità, +2% +4% da inizio anno

 

CONVERTIBILI E DIVIDEND +3 3MESI +10 da inizio anno

 

SHORT E LIQUIDITA’ leggermente negativi attorno alla parità

 

FLESSIBILI E BILANCIATI positivi

 

Ce l’abbiamo fatta? Abbiamo salvato i portafogli ed i risparmi dei clienti? Per ora pare di si, pur ricordando che le discese ardite sono più rapide delle più rapide risalite e quindi tornare alla redditività dello scorso anno pare impossibile senza aumentare significativamente il rischio percepito.

 

URGE LA PRESA DI COSCIENZA CHE ANCHE IL PORTAFOGLIO PIU’ PRUDENTE NECESSITA DI UNA SEPPUR MINIMA COMPONENTE DI RISCHIO SOTTO FORMA DI INVESTIMENTO AZIONARIO DIRETTO O MEDIATO DA ALCUNI FONDI DI SICURA QUALITA’ O IL COMPITO DI PRESERVARE LA CAPACITA’ DI ACQUISTO DIVENTERA’ SEMPRE PIU’ UN MIRAGGIO.

 

Io per l’azionario adotto l’approccio della massaia con le scatolette di tonno ed i miei clienti lo apprezzano…ma sarà il tema di un prossimo post!

 

N.B. QUESTA E’ UNA SEMPLICE CONSIDERAZIONE PERSONALE E NON CONSISTE IN UN INVITO O IN UNA OFFERTA AD INVESTIRE. IL PROMOTORE FINANZIARIO ISCRITTO ALL’ALBO E’ IL PROFESSIONISTA INDICATO A DELINEARE L’INVESTIMENTO PIU’ ADATTO A VOI.

 

AD MAIORA.

PREVIDENZA: OPPORTUNITA’ NELLA NECESSITA’

Stamane, dopo due mesi estivi durissimi, che nulla hanno aggiunto al già scarso entusiasmo preesistente, mentre parlavo con un giovane cliente, che come da prassi non ci aveva proprio pensato, mi sono ritrovato ad elencare le virtù necessarie dell’investimento a scopo previdenziale.

Vale la pena chiarirci le idee e sottolineare i paletti del sistema, anche senza ribadire che ALCUNI DI NOI LA PENSIONE PUBBLICA NON LA VEDRANNO MAI E STANNO LAVORANDO PER PAGARE QUELLA DEI PROPRI NONNI.

 

Sarà il mio mantra per i prossimi mesi.

GIOVANI METTETE FIENO IN CASCINA CHE L’INVERNO FREDDO DELL’INCOSCIENZA STATALE E’ GIUNTO  (già da mò)!

 

Prima di parlare di previdenza facciamo un accenno alla DETRAIBILITA’ DELLE POLIZZE ASSICURATIVE sulla VITA, che in un certo senso vengono a torto o a ragione utilizzate anche a scopo previdenziale, anche se di contenuto smaccatamente finanziario.  

E’ possibile portare in detrazione e risparmiare imposte, scaricando i premi di assicurazione pagati nell’anno, per i quali sarà possibile detrarre il 19% fino ad un massimo di spesa di 1.291,14 euro.

Almeno fino a qualche giorno fa era così, poiché  la detrazione, cioè la sottrazione dall’imposta lorda di una quota di spese, che riduce quindi l’imposta stessa, è stata dimezzata recentemente dal Governo Letta, a quanto pare per coprire l’eliminazione dell’IMU.

Con il Decreto IMU di Agosto 2013 il tetto massimo di detraibilità consentita delle polizze vita scende a  630 euro per il 2013 contro i precedenti 1.291,14 e a soli 230 euro a decorrere dal periodo d’imposta 2014.

OCCHIO QUINDI!

 

PREVIDENZA E DEDUZIONE.

I contributi alla previdenza complementare sono deducibili fino a un limite di 5.164,57.

 

La deduzione fiscale è un’agevolazione che consiste nel sottrarre determinate spese dal reddito complessivo con un beneficio che va rapportato all’aliquota marginale raggiunta dal contribuente. Opera pertanto in modo diverso dalla detrazione, che abbatte invece l’imposta da pagare.

Anche l’eventuale contributo del datore di lavoro è deducibile dall’Irpef mentre il TFR non concorre alla formazione dell’importo deducibile. La deduzione massima comporta un risparmio fiscale che oscilla tra € 1.187 e i 2.220 (col versamento annuo di 5.164€).

Reddito annuo lordo

Aliquota marginale
IRPEF 2008*

Versamento ai Fondi Pensione

Risparmio fiscale

€ 15.000,00

23%

€ 5.164,57

€ 1.187,85

€ 28.000,00

27%

€ 5.164,57

€ 1.394,43

€ 55.000,00

38%

€ 5.164,57

€ 1.962,53

€ 75.000,00

41%

€ 5.164,57

€ 2.117,47

€ 85.000,00

43%

€ 5.164,57

€ 2.220,76

 

 

Inoltre, agevolazione particolarmente interessante per i giovani lavoratori (assunti dopo il 1 gennaio 2007), dal  6° al 25° anno di permanenza nel fondo esiste la possibilità di dedurre fino al 50% in più della deducibilità di cui non si è usufruito nei primi 5 anni lavorativi (con un limite a 7.746,86 euro annui).

 

I contributi previdenziali e assistenziali costituiscono una delle principali possibilità di deduzione, per i lavoratori. Gli italiani che hanno una fondo pensione sono ancora una minoranza ed il legislatore, conscio di questa situazione, ha adottato una serie di rilevanti agevolazione fiscali per chi aderisce alla previdenza complementare allo scopo di incentivarne lo sviluppo, oltre alla deduzione di 5.164 €.

 

1) Imposta sostitutiva dell’11% sui rendimenti.

I rendimenti (plusvalenze) annuali realizzati dal Fondo sono soggetti ad un’imposta sostitutiva fissa delle imposte sui redditi pari all’11%, che risulta più conveniente rispetto alla tassazione su altre forme di investimento finanziario (attualmente pari al 20%).

 

2) Assenza dell’imposta di bollo.

I prodotti previdenziali (Fondi Pensione Aperti e Piani Individuali Previdenziali) non rientrano nel perimetro dei prodotti finanziari ed assicurativi per i quali è dovuto il pagamento dell’imposta di bollo. Ciò è contenuto nel nuovo decreto del Ministero dell’Economia e delle finanze del 24 maggio 2012. Di conseguenza i prodotti previdenziali risultano favoriti rispetto ad altri prodotti colpiti da tale imposta.

 

3) In fase di prestazione, tassazione dal 9% al 15%.

La permanenza protratta nel tempo ai FP aperti viene premiata con una riduzione dell’aliquota del 15% dello 0,30% per ogni anno successivo al 15°. Lo “sconto” può arrivare fino al massimo del 6% (quindi ad un’aliquota del 9%): un’evidente convenienza fiscale a seguito di una duratura permanenza nel Fondo.

 

Infine è utile ricordare che i fondi pensioni hanno dei rendimenti molto interessanti.

Prendiamo ad esempio il caso del TFR (trattamento di fine rapporto).

Un versamento totale di 57.800 euro nell’arco di un ventennio (pari a quasi 2.900 l’anno) avrebbe portato a un montante di oltre 102mila euro se fosse stato investito in un fondo pensione: mentre con la liquidazione tenuta in azienda ci si sarebbe fermati solo a 76mila euro.

 LASCIARE I VOSTRI SOLDI NEL TFR NON è LA SCELTA MIGLIORE.

NON PENSARE ALLA PREVIDENZA ED A GARANTIRSI UNA RENDITA FUTURA IN QUESTI TEMPI INCERTI E MICRAGNOSI NON è UNA SCELTA CORRETTA MA INCOSCIENZA.

per maggiori delucidazioni vi invio sul sito del nemico:

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Agenzia/Agenzia+comunica/Prodotti+editoriali/Guide+Fiscali/Vantaggi+fiscali+previdenza+complementare/GUIDA+N4_08.pdf

 

QUINDI PREVIDENZA …TUTTO DI GUADAGNATO!

GIRA IL VENTO? …AL MARE CON LA PROTEZIONE 50!

Di seguito una VIEW creata mettendo insieme recenti relazioni di diversi gestori.

Mi raccomando, non è un invito ad investire e vi invitiamo a prendere contatto con un professionista degli investimenti nella gestione del vostro risparmio.

Anche se il vento –ma sembra più una brezza- pare girato, ricordate che veniamo da un mese di giugno veramente disgraziato e che in estate conviene sempre proteggere la pelle!!!

 

VIEW MERCATI EMERGENTI:

I titoli obbligazionari, in particolare quelli emessi dai paesi emergenti, sono passati da una fase di mercato caratterizzata da bassi tassi di interesse ed ampia disponibilità di fondi ad una in cui i rendimenti attesi sono in crescita e la liquidità globale è prevista in riduzione.

Sebbene questa inversione di tendenza fosse attesa, l’attenzione degli investitori si è spostata su questo tema in seguito alle dichiarazioni della FED sulle tempistiche di abbandono delle politiche monetarie espansive (c.d. quantitative easing) ad alle notizie sulla possibile stretta monetaria in Cina. Questa nuova fase di mercato è quindi iniziata in modo volatile e “distruttivo”.

 

I mesi di maggio e giugno sono stati caratterizzati dall’aumento dell’avversione al rischio, soprattutto a causa dei dati economici pubblicati ed i fondi d’investimento più penalizzati sono stati quelli relativi ai mercati emergenti. Tuttavia, i fondamentali continuano ad essere favorevoli per queste aree geografiche, pertanto la recente fase di vendita ha creato nuove possibilità d’investimento, da cogliere sfruttando le disparità sui dati fondamentali e puntando sulla ricerca del valore.

 

Con la crescita dei rendimenti dei titoli di stato statunitensi, i mercati emergenti devono far fronte alla riduzione della liquidità a livello globale, mentre le consuete correlazioni ed i soliti “ammortizzatori”, come ad esempio la relazione inversa tra i rendimenti dei titoli di stato statunitensi e l’andamento degli spread, non sono più validi. Questa combinazione di fattori ha avuto effetti negativi su tutti i fondi obbligazionari, indipendentemente dalla regione geografica e dal livello di rating. Tuttavia, mentre gli investitori di obbligazioni dei paesi emergenti sono stati penalizzati dall’aumento sia dei rendimenti che degli spread, è ancora possibile effettuare una certa diversificazione tra i paesi ed i settori. Le dinamiche del debito pubblico dei paesi emergenti sono ancora favorevoli rispetto a quanto possiamo osservare nei paesi sviluppati. Questa sensibile correzione a cui abbiamo assistito di recente ha colpito eccessivamente alcune asset class ed ha portato all’aumento dei livelli di liquidità nei fondi d’investimento, il che ha fatto aumentare i rendimenti ed innalzato le soglie di ingresso. In particolare le obbligazioni dei paesi emergenti sono molto interessanti rispetto a quelli statunitensi, poiché l’attuale aumento degli spread compensa gli investitori per la possibile ulteriore volatilità.

 

In conclusione, la recente fase di vendita che ha investito le obbligazioni dei paesi emergenti ha rappresentato una reazione eccessiva degli investitori al cambiamento della politica monetaria accomodante statunitense. Tuttavia i fondamentali ovvero il tasso di crescita più elevato, il minor livello di indebitamento, le ampie riserve monetarie in divise estere ed una popolazione lavorativa giovane rimangono ancora interessanti. Questa fase di correzione del mercato ha reso dunque le soglie di ingresso a questa asset class ancora più interessanti. Nonostante riteniamo che il processo di ritorno a tassi di interesse a livelli più “normali” non sarà senza ostacoli, è opportuno puntare sulle imprese dei paesi emergenti con solidi fondamentali, che si rivelerà un’interessante opportunità d’investimento di lungo periodo.

 

IN SINTESI:

•          Sono intervenuti sviluppi rilevanti che hanno corretto la recente debolezza dei mercati obbligazionari: negli USA la Fed ha sottolineato che la progressiva riduzione degli acquisti di titoli sarà strettamente legata all’andamento delle variabili economiche e finanziarie e non un percorso automatico e meccanico. In Cina le autorità monetarie hanno iniettato liquidità sul mercato e tolto il limite inferiore ai tassi a cui è concesso credito. Anche la BCE ha voluto ribadire che i tassi rimarranno verosimilmente bassi a lungo e che il livello attuale non è il minimo raggiungibile.

 

•          La ripresa dei mercati obbligazionari è stata caratterizzata da una marcata differenziazione di performance all’interno di specifiche asset class e nel comportamento relativo tra classi d’investimento limitrofe. Riteniamo che ciò possa offrire segnali interessanti per l’investitore.

 

•          I mercati emergenti sono un esempio di recupero molto disomogeneo, in termini di andamento del debito, delle divise e di orientamento delle politiche monetarie. È molto probabile che tali mercati continueranno a seguire un trend disomogeneo e differenziato, in cui le performance rifletteranno sempre più i fondamentali e aspetti maggiormente tecnici. Di conseguenza, rimarranno opportunità per gli investitori ma con crescente selettività.  

 

•          Restano forti divergenze di rendimento tra i governativi, in particolare tra la curva dei treasury USA e quella europea, soprattutto nella parte a lungo termine. Il segnale è che gli investitori continuano a essere ancora molto preoccupati per ulteriori futuri aumenti dei rendimenti a lungo termine negli USA.

 

IN CONCLUSIONE:

 

•          Restiamo cauti verso gli investimenti con duration più elevata, soprattutto negli Stati Uniti. Una parte non trascurabile dell’aggiustamento è avvenuta ma potrebbero essere difficili forti recuperi dei rendimenti governativi da questi livelli;

 

•          l’investimento sulla curva europea rimane meno esposto al rischio di una violenta risalita dei rendimenti, dato il quadro macroeconomico e una BCE risoluta a non lasciare che la curva europea rimanga ancorata a quella americana, soprattutto sulle scadenze brevi;

 

•          il mercato emergente locale offrirà opportunità interessanti dopo la debolezza recente, ma resta il rischio del riposizionamento di investitori già molto esposti e quello di rendimenti governativi americani più elevati;

 

•          la componente credito in Europa potrebbe risentire dell’aumentato rischio politico in molti paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia). Al momento le tensioni interne non si sono riflesse sugli spread governativi ma le evoluzioni richiedono un monitoraggio particolarmente attento.

FEDELI ALLA META

IL PUNTO DI VISTA DI FIDELITY INVESTMENT

(non costituisce invito all’investimento!!!!)

Nonostante le recenti tensioni sui mercati, la congiuntura continua ad essere propizia agli investimenti azionari. Affinché vi sia una rivalutazione delle azioni occorre a mio avviso un ambiente caratterizzato da volatilità ridotta. E’ quindi importante il fatto che l’azionario nelle ultime settimane, pur registrando una flessione, abbia avuto un livello di volatilità che è salito sopra il 20% solo brevemente, mentre nel 2008 questa era fra il 30% e il 40%. Questa più bassa volatilità azionaria è dovuta principalmente alla minore incertezza sulle prospettive dell’economia statunitense rispetto agli anni passati.

La ripresa economica negli Stati Uniti traina l’azionario globale

Il “fiscal cliff” ha indubbiamente rappresentato un ostacolo difficile da superare, ma la solida crescita del settore privato ha permesso all’economia statunitense di crescere. Grazie al miglioramento strutturale del “deficit gemello” (disavanzo pubblico e disavanzo delle partite correnti o bilancia commerciale), questa economia è infatti tornata a mostrare una buona solidità.

Nel 2009 il deficit fiscale degli USA era pari al 10% del PIL, che corrisponde a 1.500 miliardi di dollari. Secondo i dati del Congressional Budget Office, quest’anno il deficit dovrebbe attestarsi a circa 640 miliardi di dollari USA, pari al 4% del PIL. Tale risultato non dipende solo dai tagli alle spese ma anche dai positivi effetti sul gettito federale derivanti dall’aumento di utili aziendali e pressione fiscale. Entro il 2015 il deficit fiscale dovrebbe scendere al 3% del PIL, un valore quasi in linea con il tasso tendenziale di crescita del PIL e che consente agli USA di raggiungere una certa stabilizzazione a livello di indebitamento.

Anche sul fronte della bilancia commerciale, gli Stati Uniti sono riusciti a compiere enormi passi avanti. Per la prima volta negli ultimi trent’anni, la posizione commerciale degli USA è migliorata in un periodo di crescita economica, un risultato imputabile a una novità strutturale, ovvero l’energia derivante dai giacimenti di scisti (shale energy). Lo sfruttamento commerciale dei giacimenti di idrocarburi da scisti ha infatti permesso di ridurre le importazioni statunitensi di petrolio da 12 a 8 milioni di barili al giorno e il dato è destinato a scendere ancora.

Il miglioramento del “deficit gemello” ha favorito il dollaro, aumentando la pressione sui prezzi delle materie prime. Il miglioramento delle prospettive di crescita, che si attestano al 3%, insieme a un livello di inflazione contenuto, danno alla Federal Reserve la possibilità di allentare in modo graduale il programma di quantitative easing. Questo scenario è dunque fortemente positivo per una ripresa dei mercati azionari, non solo negli Stati Uniti, ma a livello globale. 

Per Europa e Giappone serve ancora tempo

In Europa vi sono stati timidi segnali di ripresa, che tuttavia si inseriscono in un contesto caratterizzato da una crescita estremamente ridotta. Vista l’assenza di scorte nel Vecchio Continente, qualsiasi minima variazione della domanda genera un effetto immediato a livello di produzione industriale e crescita. Non è quindi ancora opportuno parlare di una solida ripresa strutturale dell’Europa nel suo complesso.

Ben diversa è la situazione in Giappone, dove l’andamento del mercato azionario è influenzato dall’evoluzione politica. I primi due punti del radicale programma economico del Primo Ministro Abe, ovvero supporto fiscale e incentivi monetari, dovrebbero provocare nei prossimi due mesi un incremento della crescita del PIL, anche nell’ordine del 4%. Senza dubbio un contesto di questo tipo offre ampi margini di rialzo ai titoli azionari giapponesi, ma l’effettivo avvio di una fase rialzista pluriennale, che non si esaurisca in un rally temporaneo, dipenderà dalla capacità di Abe di attuare il terzo punto del programma, il più arduo: la riforma strutturale. Per incrementare nel lungo periodo il tasso di crescita reale del Giappone, è infatti essenziale ampliare la forza lavoro o migliorare la produttività. Per aumentare la forza lavoro le possibili vie sono due: incrementare la partecipazione femminile o aumentare l’immigrazione, anche se quest’ultima opzione sembra poco praticabile.

Mercati emergenti: serve un nuovo modello

I mercati emergenti sono alla ricerca di un nuovo modello economico. Alcuni degli elementi strutturali favorevoli che hanno contraddistinto l’ultimo decennio si stanno ora rivelando quasi degli ostacoli. All’indomani della crisi finanziaria asiatica del 1997-98, i mercati emergenti avevano abbandonato il cosiddetto “consensus di Washington”, un orientamento che, dalla caduta del Muro di Berlino, aveva dominato il pensiero economico dei mercati emergenti e prevedeva un regime di cambi fissi, obiettivi in materia d’inflazione, nonché politiche di privatizzazione e liberalizzazione. Al suo posto fu invece adottato un nuovo modello economico basato su valute deboli, una crescita trainata dalle esportazioni, l’accumulazione di riserve in dollari USA e lo sviluppo di fonti di finanziamento non denominate in dollari USA, come il debito in valuta locale.

Nonostante il successo riscosso negli ultimi dieci anni, questo modello sta oggi diventando meno praticabile a causa del fatto che il mondo sviluppato si sta orientando verso un maggior equilibrio delle bilance commerciali. Le valute dei mercati emergenti non sono più convenienti come in passato e, in termini reali, hanno ampiamente recuperato potere. I mercati emergenti devono quindi accantonare i modelli economici basati sulle esportazioni e avviare una riforma strutturale. I Paesi che sapranno farlo in maniera efficace, come è il caso per la Cina, che ha messo in campo importanti riforme proprio allo scopo di ribilanciare la propria economia a favore dei consumi interni, potranno prosperare, mentre i Paesi che non riusciranno a modificare in maniera strutturale le loro economie potrebbero trovarsi in seria difficoltà, in un contesto in cui è venuta meno la debolezza del dollaro e in cui sono calati i prezzi delle materie prime.

 

It’s TIME to have FED

Articolo da TIME 8 luglio:

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LA VERSIONE DI PIMCO

Selling Treasuries? Pimco’s Bill Gross Says Don’t Be Too Quick

As manager of the Total Return Fund (one of the world’s largest mutual funds), PIMCO co-Founder and co-CIO Bill Gross has a unique perspective on economic and business conditions. Gross is widely regarded as one of the best bond investors on the planet, and is highly vocal about — and sometimes critical of — policy that affects the economic backdrop against which he makes investment decisions.
Most recently this means the accomodative monetary policy that has been fostered under U.S. Federal Reserve Chairman Ben Bernanke. The Federal Open Market Committee — which is responsible for quantitative easing, the Fed’s asset-purchasing program that pretty much sets the tone of market behavior right now — concluded a two-day policy meeting on Wednesday. Bernanke held a press conference in the afternoon discussing current Fed thinking and the future of the policy.

The markets reacted as only they could: with volatility and selling pressure. Gross was quick to weigh in.

To recap in case you missed it, Bernanke suggested that if Fed projections hold true over the next six to 12 months, the Fed could begin tapering purchases by the end of 2013, and end the program altogether sometime in 2014. It’s important to point out that this is by all means an estimate, and the Fed has emphasized time and again that its policy decisions will depend on incoming data.

Gross spoke to Bloomberg Television shortly after Bernanke’s press conference, and offered his perspective on the chairman’s comments and the market reaction.
Based on what he said, based upon what the Fed estimates have given us in the last hour it suggests that yes, towards the end of the year, as we hit 7.25 percent, and if inflation rises as opposed to stays at 1 percent that the Fed would begin to taper and that ultimately they would end tapering in perhaps the first quarter of 2014. Is that a realistic possibility? At PIMCO, we don’t think that really is.”

Why not? The short answer to the question (the only answer that Gross really supplied) is that the problems facing the U.S. economy aren’t so much cyclical as they are structural. In other words, we can’t just wait for the headwinds to die down, something has to be done.

Shifting to the market reaction, Gross suggested to Bloomberg that investors may be misinterpreting Bernanke’s statements. For a little bit of context, here’s how the 10-year Treasury note traded in reaction to the press conference.
Gross commented that “Those who are selling treasuries in anticipation that the Fed will ease out of the market might be disappointed unless we have inflation close to 2 percent.” As indicated, the key ingredient here is inflation.

“I think the Chairman is almost deathly afraid and we have witnessed in speeches going back five or 10 years on the part of the chairman in terms of the helicopter speech and the reference not only to the depression but to the lost decades in Japan. I think he is deathly afraid of deflation,” Gross commented.

BISOGNA AVERE FED

La riunione della Fed che si è conclusa ieri sera era attesa con molta trepidazione dai mercati finanziari dopo che nell’audizione al Congresso dello scorso 22 maggio il presidente Bernanke aveva indicato che l’inizio della “strategia di uscita” dalla politica monetaria ultra-espansiva sarebbe potuto avvenire nel corso della seconda parte di quest’anno con la graduale riduzione degli acquisti di titoli governativi e mutui cartolarizzati.

L’attesa del mercato era comunque che l’approccio della Fed sarebbe stato guardingo e non si attendevano segnali particolarmente significativi dalla riunione di questa settimana.

Così invece non è stato e la Fed ha sostanzialmente deciso di confermare, e precisare ulteriormente, il messaggio mandato da Bernanke il mese scorso. Questa indicazione non è stata fornita però, come ci si poteva aspettare, nel comunicato stampa successivo alla riunione, che è risultato largamente invariato, pur evidenziando che il rischio al ribasso per l’economia e per il mercato del lavoro si è ridotto rispetto all’autunno scorso (quando appunto era iniziato il QE3).

Bernanke ha invece precisato lo scenario centrale della Fed riguardo alla riduzione del Quantitative Easing (il cosiddetto “tapering”) all’inizio della conferenza stampa, in modo da avere ancora più spazio per sottolineare due punti fondamentali:

1. la riduzione del QE3 non rappresenta un restrizione della politica monetaria (perché gli acquisti della banca centrale aumentano e l’attivo della Fed continua a crescere)

2. la riduzione del QE3 non ha un’implicazione diretta sulle scelte di politica monetaria “convenzionale” e che quindi aumenti dei tassi d’interesse rimangono ancora lontani nel tempo.

Bernanke ha però precisato in modo molto chiaro che la Fed è orientata a iniziare il “tapering” più avanti nel corso dell’anno se lo scenario congiunturale evolverà in linea con le proprie attese. Si aspetta poi di intensificare la riduzione degli acquisti nella prima parte del 2014 e di concludere il programma verso la metà del prossimo anno, se il tasso di disoccupazione nel frattempo ha raggiunto il 7%.

Questa tempistica appare un poco più aggressiva rispetto alle nostre attese che contemplavano che l’inizio della riduzione degli acquisti sarebbe stato deciso nell’ultima riunione della Fed dell’anno, in dicembre e propendono probabilmente più per una decisione in tal senso nella riunione di settembre. Ovviamente ciò richiede che il flusso dei dati confermi nei prossimi mesi le aspettative della Fed che in termini sia di crescita che di andamento del tasso di disoccupazione appaiono più positive delle nostre.

In conclusione un messaggio un po’ più aggressivo di quanto ci attendevamo ma è bene ribadire, come è stato sottolineato anche dalla Fed, che siamo ancora ben lontani dall’inizio di una fase restrittiva e che la diminuzione graduale del QE3 sarà legata ad un continuo rafforzamento dell’economia.

CAMBIA IL MERCATO DEI CAMBI?

Le politiche monetarie espansive delle banche centrali di Stati Uniti

e Giappone continuano a dare adito ad allarmanti discorsi di “guerre

valutarie”. La paura è che ondate di dollari e yen freschi di zecca

si riversino sui mercati emergenti in più rapida crescita, spingendo

al rialzo le divise, indebolendo le esportazioni e creando bolle

speculative locali. In questo scenario, che rappresenta tuttora un

tema centrale durante i vertici finanziari globali, i leader dei mercati

emergenti assumono il ruolo di Re Canuto, il sovrano che tentò

invano di domare la furia delle onde.

È vero che il capitale insegue la crescita, ma dopo la rapida espansione dell’ultimo

decennio le grandi economie emergenti stanno ora rallentando. Dall’India al Sudafrica

le autorità politiche tentano con scarso successo di attirare una maggiore quota di

flussi di capitale globale per finanziare i crescenti disavanzi delle partite correnti. Le

statistiche più significative indicano che lo scorso anno la crescita delle riserve in valuta

estera dei paesi emergenti si è praticamente arrestata. Nell’ultimo decennio, queste

riserve sono aumentate a un tasso medio del 25%, passando da $570 miliardi nel 2000

a ben $7000 miliardi nel 2011. Nell’ultimo anno tuttavia la crescita è enormemente

rallentata, raggiungendo a malapena il 5%.1

L’idea che il denaro continui ad affluire nei mercati emergenti rivela una scarsa

conoscenza del quadro complessivo globale, che vede un calo drammatico dei flussi

transfrontalieri di capitale, scesi del 60% rispetto al picco del 2008.2 Le quote maggiori

di tali flussi riguardano i prestiti bancari, il commercio e gli investimenti diretti esteri,

che evidenziano un rallentamento su scala mondiale. I dati diffusi dall’International

Institute of Finance (Iif) mostrano che nel 2007 i flussi bancari e commerciali avevano

da soli raggiunto un picco del 4,5% del Pil globale, per poi scendere all’attuale 1,5% del

Pil.3 Gran parte del denaro giapponese e statunitense resta ora all’interno dei confini

nazionali, o addirittura ci ritorna.

I media tuttavia tendono a concentrarsi sulla quota relativamente ridotta di flussi

di capitale rappresentata dagli investimenti finanziari che dominano la stampa

internazionale perché incidono sulle quotazioni azionarie e obbligazionarie. Durante

l’intero anno scorso, gli investimenti finanziari hanno continuato ad affluire nei

mercati emergenti a un ritmo vivace. Ora che i flussi verso i mercati azionari emergenti

vanno riducendosi, i mutamenti più ampi dovrebbero presto risultare evidenti a tutti.

Tali mutamenti emergono con chiarezza dai dati dell’International

Institute of Finance e dell’Fmi. Tra il 2002 e il 2007, gli afflussi

netti di capitale privato nei mercati emergenti sono saliti alle stelle,

passando da $100 miliardi a $970 miliardi. Dopo il crollo accusato

nel 2008 e poi nuovamente nel 2009, questi flussi hanno recuperato

solo parte del terreno perduto a quota $770 miliardi circa e il loro

ruolo si è enormemente ridimensionato. Misurati come quota

dell’economia, secondo i dati Fmi i flussi netti di capitale privato

hanno raggiunto il picco nel 2007, attestandosi al 4,35% del Pil dei

mercati emergenti, per poi crollare allo 0,51% nel 2012, soprattutto

a causa del calo dei prestiti provenienti da banche e altri creditori

occidentali4 (cfr. Figura 1). L’ottimismo che nel corso dell’ultimo

decennio aveva spinto importanti banche occidentali a distribuire

prestiti in tutto il mondo è svanito per fare posto a criteri di

finanziamento più stringenti, dalla California ai mercati emergenti.

Un analogo calo è stato rilevato sul fronte dei flussi commerciali,

che ha indotto a parlare di “deglobalizzazione”. Nell’ambito

delle regioni emergenti, mentre la crescita delle esportazioni

è rallentata le importazioni hanno continuato a esibire

tassi di espansione sostenuti, riducendo i saldi delle bilance

commerciali. Il surplus aggregato delle partite correnti dei

mercati emergenti è sceso al di sotto del 2% dal 4% del Pil

nel 2007.5

Queste tendenze determinano un’inversione delle condizioni

dell’ultimo decennio, che aveva visto i capitali esteri accorrere

nelle economie emergenti, spingendo al rialzo il valore delle

rispettive monete e causando la crescita esplosiva delle riserve

valutarie di tali paesi. Tale crescita ha cominciato a rallentare

verso la fine del 2010, allorché il ministro brasiliano delle finanze

Guido Mantega — combattendo, come si suol dire, la “guerra

precedente” — per primo avvertì allarmato che la politica della

Fed avrebbe potuto scatenare una “guerra valutaria”.

Il tema della guerra valutaria continua ad agitare la comunità

finanziaria, sebbene nella maggior parte dei paesi i fattori che

allarmavano Mantega non esistano più. Dal 2011, le valute dei

mercati emergenti si sono in media deprezzate del 10% circa

rispetto al dollaro, mentre il real brasiliano è sceso del 20%

circa.6 Attualmente persino la crescita delle riserve in valuta

estera della Cina —che nel primo decennio del nuovo secolo

aveva raggiunto tassi di gran lunga superiori a quelli degli

altri mercati emergenti —ha accusato un significativo calo. Il

riequilibrio globale dei flussi di capitale sta riducendo l’offerta di

credito nei mercati emergenti, frenando l’espansione economica

della regione. Si tratta di una dinamica inversa a quella osservata

lo scorso decennio, durante il quale i crescenti surplus delle

partite correnti e dei movimenti in conto capitale avevano

determinato un incremento record del credito nei

paesi emergenti.

Dato che le macchine da conio delle banche centrali non si

fermano, permane una domanda: dove si dirigerà il denaro? Le

autorità non possono certo ritenere che affluirà in blocco nei

paesi emergenti, come è avvenuto nei primi dieci anni del nuovo

millennio. Quello fu un periodo eccezionale di rapidissima

espansione per tutte le economie emergenti, che attirarono

enormi flussi di nuovi capitali. Il cieco ottimismo sulla crescita

di altri importanti mercati emergenti si è ora affievolito giacché

molte delle stelle dell’ultimo decennio sono ora alle prese con

seri problemi strutturali. Sembra anzi sempre più probabile che

nei prossimi anni le economie di Brasile, Russia e Sudafrica,

gravate da tassi d’investimento perennemente bassi e da

settori manifatturieri agonizzanti, esibiranno una dinamica

congiunturale inferiore alla media.7

I flussi di capitale restano tuttavia elevati e continuano a

esercitare pressioni al rialzo sulle valute di alcune economie

emergenti, tra cui Filippine, Tailandia e Turchia. Tali

pressioni sono espressione del successo di questi paesi, che

esibiscono fondamentali economici solidi e un’accelerazione

degli investimenti domestici. Il quadro si presenta dunque

nel complesso positivo, giacché è naturale che alcune valute si

apprezzino mentre altre si indeboliscano per motivi legati ai

fondamentali economici. Attratto dalla ripresa congiunturale

di Stati Uniti e Giappone, il capitale globale ha inoltre

riscoperto questi due paesi imprimendo forte slancio ai rispettivi

mercati azionari.

Insomma, dove si dirigerà il denaro? Il dato reale è che la

liquidità in eccesso delle banche centrali di Stati Uniti e

Giappone non deve necessariamente riversarsi all’estero. Si

dirigerà verso aree che presentano prospettive di crescita in

aumento e che superano le aspettative. Finora gran parte del

denaro proveniente da Stati Uniti e Giappone sta ritornando

nei paesi di origine, mentre nei maggiori mercati emergenti Re

Canuto non deve affrontare alcuna minaccia di inondazione.

 

non costituisce consiglio di investimento.

 e’ un report interno riservato a professionisti del settore messo a disposizione dei miei clienti.

prima di effettuare investimenti rivolgetevi ad un professionista.

 

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